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ARTICOLI > NUMERO 08 > GENNAIO/MARZO 2006

LA TIGRE, LA NEVE ELA QUESTIONE DELLA PRODUZIONE

Piove, o meglio nevica, sul bagnato.

photo Davide Turrini: Quando vedo i film di Roberto Benigni, sento nascere in me un sentimento di ripulsa verso la facilità con cui si pretende di appartenere ad una categoria, in questo caso quella dei registi. E tutto un moto rivolto alla qualificazione presso l'ambiente che conta in questione, la smania di Benigni di girare indiscriminatamente film dalla tematica universale ed "impegnata", e dall'assenza totale di piacere per il lavoro svolto. Sembra quasi che lo slancio vitale del tuttologo toscano sia tutto verso la promozione e la vendita del prodotto, verso il superamento di un ingombro: girare il film. Come vi spiegate totem e tabù critici sulle opere che nutrono già in sé germi di autodistruzione del Cinema, come La vita è bella o Pinocchio? Necessità di ricoprire caselle vuote (Cinema Italiano Impegnato)? Totale incapacità di analisi che vada oltre la barriera dei propri personali e amicali consessi accademici e/o professionali del settore? E poi il prodotto Melampo era stato ideato e congegnato di modo che a Natale Benigni raccogliesse gli ultimi scampoli distratti di divismo da 25 e 26 di dicembre, ma il film ha già smontato almeno due settimane prima del santo Natale. Dati Cinetel alla mano, si profila come terzo incasso non tanto di una stagione, nemmeno di un semestre, nemmeno di un trimestre, quanto di un pallido e autunnale bimestre dietro a Madagascar e HarryPotter. Crisi di un modello commerciale dunque?

Marco Senaldi: La cosa davvero interessante toccando questi punti è che viene subito da parlare di "crisi"- che è, volta a volta, del cinema d'autore, o del cinema italiano - quando non, addirittura, del cinema tout court... Scorrendo le pagine del volume curato da Abruzzese e Macchitella, Cinemitalia 2005 (Marsilio), si deducono degli elementi di dibattito piuttosto interessanti. Il primo, mi pare, riguarda i budget del cinema italiano; attenzione però, non il budget per fare il film, ma il budget pubblicitario per, come si usa dire, comunicarlo. Se i film di natale godono di lanci dell'ordine di 2-2,5 milioni di euro, è ai maggiori successi non-natalizi che spetta la palma dei film più pubblicizzati: in particolare il record è detenuto da quel (sedicente) kolossal che fu il Pinocchio di Benigni, con un budget pubblicitario di oltre tre milioni di euro. Se si pensa che il costo medio di produzione di un film italiano si aggira intorno ai 2,92 milioni di euro, ciò significa che pubblicizzare Pinocchio è costato di più che girare un lungometraggio di costo medio. A questo paradosso si deve aggiungere l'elemento distribuzione: benché tutti sappiano che la distribuzione è il punto dolente del prodotto-film, pochi possono immaginare che un terzo circa dei 134 film italiani prodotti nel 2004 non sono stati ancora distribuiti - se mai Io saranno (tra essi vi sono opere firmate da registi come Zagarrio e Pozzessere). Questi elementi di distorsione strutturale sembrerebbero esteriori al discorso cinematografico vero e proprio - ma in fondo non corrispondono esattamente all'"autodistruzione" cinematografica che ritroviamo nei monster-film marchettari alla Benigni? Mentre nei prodotti natalizi non ci sono finzioni, il panettone cinematografico è un dolce tradizionalmente marketingaro, senza alcun doppio fondo, li, invece, ci si impegna anche (come nel finale di Pinocchio o ne La tigre e la neve) a costruire un contenuto morale, che, esattamente se confrontato con il campo strutturale in cui viene enunciato, si dimostra essere nient'altro che un paravento moralista per la più bella ideologia del politicamente corretto in voga oggi. Insomma, a me pare che film come La tigre e la neve hanno esattamente lo stesso scopo delle campagne di aiuto peri bimbi del terzo mondo da parte delle grandi multinazionali della detergenza: il nostro detersivo costa di più perchè così tu aiuti anche gli scolari somali (e in realtà io continuo a fare businness ancor meglio di prima, perché ho persino il vantaggio di farlo con la coscienza pulita!).

Paolo Noto: Senaldi centra una questione importante, quella della produzione non distribuita, di cui abitualmente si enfatizza un solo aspetto: perché X film non vengono distribuiti? Il problema, partendo dalle osservazioni di Turrini, può essere capovolto: perché, pur sapendo che la distribuzione assorbe solo (e malamente) 100 film italiani in un anno, ne vengono prodotti 130-150? Arrivo alle questioni poste da Turrini, Il Benigni (regista cinematografico, ché il comico tv e tutt'altra e più intelligente cosa) degli ultimi 10 anni è e resta il paradigma dì un certo modo di fare cultura in Italia: un modo come un altro per fare public relations. Girare un film, rimanendo nell'ambito della legittimità, significa comunque muovere leve di potere, mettere sul piatto finanziamenti e relazioni, far lavorare Tizio anziché Calo, farsi amici o parlare con assessori alla cultura e dirigenti ministeriali. E tutto questo lavoro di PR, questa ostentazione di potere non necessariamente ha un ritorno sullo stesso campo, quello cinematografico, in termini di investimento e programmazione a lungo termine. Intendiamoci: due delle migliori cose italiane che ho visto ultimamente nascono così, da consessi amicali o da aporie della legislazione: Tu devi essere il lupo di Vittorio Moroni, perché c'era un finanziamento statale comunque da spendere, e Fuori vena di Tekla Taidelii, perché c'erano i soldi della famiglia e un gruppo esteso di amici pronto a riconoscersi collettivamente nel lavoro. Benigni, in questo senso, non è molto diverso; il film viene riconosciuto e "battezzato" alla fruizione collettiva da un manipolo di padrini, in questo caso assai prestigiosi (i vari Eco e Giorello), il cui potere di influire sulle scelte del pubblico non è né certo né diretto. Infine, sono più che d'accordo con Turrini, nel momento in cui il lavoro viene preso in carico (ideologicamente) da un gruppo più o meno esteso e più o meno titolato (i professori ordinari pubblicati da Bompiani piuttosto che i tossici di Milano Sud), il compromesso sul valore "materiale" del film non può che essere al ribasso. Umberto Eco che va a vedere La tigre e la neve è sensibile agli strafalcioni di montaggio più o meno come lo può essere mio cugino che guarda lo speciale tv in memoria di Eddie Guerrero.

Davide Turrini: Mi interessa molto il contenuto morale artefatto, la costruzione di un'etica dove non c'è, ma dove è previsto che ci sia. Due errori stanno probabilmente a monte: innanzitutto Benigni colma un vuoto lasciato nel tempo da Moretti, ma Moretti non ha mai fatto ridere, e da Monicelli e grandi commediografi del cinema italiano, che però non hanno mai fatto piangere nessuno (l'agrodolce è termine coniato bell'apposta) o perlomeno riflettere sui massimi sistemi (siamo sempre dalle parti dello sberleffo, ben che vada dell'apolago). Ora, Benigni intuisce la mancanza, il buco, la falla da rattoppare e vi si incunea, vi si spalma, gridando e ululando ai quattro venti le sue capacità di intellettuale tuttologo col pallino del cinema. Secondo errore: il mondo del cinema, la critica cinematografica, i grandi quotidianisti, fiancheggiatori delle varie accademie e molte riviste specializzate concedono il lasciapassare. Un po' come in Fracchia la belva umana, il commissario Auricchio di turno (associatelo ad uno delle categorie più sopra), distrattamente, lo pone nelle mani di uno dei due Benigni, quello compunto e altezzoso, quello sbagliato e che si vede che non è audio vero. Il nuovo Benigni, quello dai denti e dal naso rifatto, non quello che travestito da Dante a L'altra domenica, esponeva con sommo gaudio e leggerezza ciò che poi ammorberà con pesantezza e finta compostezza: i famigerati versi del Paradiso dalla Divina Commedia. L'importante, a questo punto, è non cadere nell'inevitabile vortice del business planetario, cosa che a Benigni è accaduta e non è neppure un male. Semmai come suggerisce Senaldi, non c'è bisogno di spacciarlo per capitalismo buono, per capitalismo lindo, dal cuore d'oro. I lager di Benigni sono imbevuti della quintessenza di un'etica che si acquista dal salumiere fetta dopo fetta, grazie alla caparbietà con cui si ritorna nella stessa bottega e si acquisisce la fiducia del commerciante. Di certo non per immediatezza, per semplicità o per coraggio d'osare, credendo nella propria poetica, nei piacere di fare del cinema.

Marco Senaldi: Sì, l'intuizione di un Benigni che si incunea in un buco lasciato vuoto dal cinema italiano è brillante e verissima. II buco mi sembra anche più grande, mi sembra quello della gloriosa commedia all'italiana, buco a cui solo taluni hanno cercato di porre dei rattoppi, da Salvatores a Virzì, con risultati talvolta anche notevoli, ma inevitabilmente sfasati dalle circostanze storiche. Benigni no: trasferitosi, come dite giustamente, dal "primo" al "secondo" Benigni, ed entrato nell'ottica deil'internazionalità, è come se si dovesse purgare dalla sola cosa che avrebbe potuto avvalorare quello che secondo lui sarebbe cinema - non tanto il vernacolo, ma esattamente il valore "universale" dell'"italianità" e lui invece che fa? l'opposto, italianizza l'universale, e allora giù a citare poesie e poeti come se fossero battute fra amici.. Ecco perché dico che il livello di strategia di marketing e quello contenutistico nel suo caso sono strettamente correlati: l'uno non si sostiene senza l'altro, anzi, il contenuto è esattamente il marketing - leggi: il marketing di oggi, nostalgicamente venato di etica e "responsabilità".. Se dovessimo dar retta a queste sirene, tutto sarebbe già deciso in anticipo: così come la Francia avrebbe dovuto dire sì all'Europa (e invece ha detto un sonoro no che, giusto o sbagliato che sia, suona come un voto in difesa dell'autentica libertà di scelta), allo stesso modo un film di cassetta deve essere un successo anche se non lo va a vedere nessuno. La tigre e la neve però è un mezzo fiasco? Beh, questa sì è l'unica buona notizia. Ossia; la notizia è che ormai anche le strategie massive di promozione e comunicazione cominciano a mostrare la corda, e tra le quinte colonne degli uffici stampa si fa strada la guerriglia trasversale del passaparola. Questo ci dovrebbe far capire almeno una cosa: la responsabilità ormai poggia sopra ognuno di noi, consumatore o spettatore che sia; ogni singolo atto d'acquisto, ogni biglietto comperato, ogni mostra visitata, ogni sito cliccato, oppure no, è un piccolo più o un piccolo meno segnato sull'immenso registro dei consumi culturali. Farci attenzione mi sembra uno dei pochi strumenti a nostra disposizione per in fluenzare scelte creative e produttive...

Paolo Noto: Credo che ci sia da fare una piccola precisazione. Gli incassi definitivi del 2005 mettono La tigre e la neve al terzo posto assoluto, primo italiano, con 14 milioni e 750mila euro di incasso. Insomma, non è andato poi così male, se si considera che il precedente era il disarmante Pinocchio. Anzi: La tigre e la neve ha continuato a incassare benino per svariate settimane dopo un inizio non folgorante. Quindi, come sempre quando si tratta di vendere qualcosa (dai pneumatici al biglietto del cinema), non esiste un metodo certo per convincere le persone a spendere i loro soldi. Lo vorrei sottolineare perché mi sembra di leggere, tra le righe di quello che dice Senaldi, una eco di quell'equivalenza, tipicamente di sinistra, tra successo commerciale e prodotto scadente. Magari con l'ausilio di quella strategia innominabile e infida che è la pubblicità. Ora, le cose, per fortuna non sono così semplici: lo dimostrano proprio i casi intermedi come La tigre e la neve. La responsabilità, nel promuovere con i propri 5 o 7 euro, un film o l'altro c'è, sono d'accordo, ma cerchiamo di non enfatizzarla, altrimenti finiamo come con quel caffè del Nicaragua imbevibile, ma comprato per sostenere i coltivatori che non vendono alle multinazionali: ovvero in quel marketing "nostalgicamente venato di etica" cui fa riferimento Senaldi. Altro discorso il "contenuto morale artefatto' nel film di Roberto Benigni, di cui parla Turrini. Non sono d'accordo con gli esempi che riporta, ma nei complesso mi sembra convincente. Direi semmai che questo contenuto morale, in Benigni come in altri (dal Bonolis filantropo al Lorenzo Jovanotti) è doppiamente avvilente: in primo luogo perché artefatto, in secondo luogo perché prefabbricato. Non "il racconto dimostra che; ma "la dimostrazione tiene in piedi il racconto". Mi dispiace: il Benigni televisivo, insisto, era e resta un'altra cosa.

FOTO 1 > La locandina di La Tigre e la neve di Robeto Benigni
FOTO 2,3 > Scene tratte da La Tigre e la neve di Robeto Benigni

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