A SCUOLA DI AUTORITRATTO di Fabio Piccini
Si fa un gran parlare di come l’approccio alla fotografia dovrebbe venir insegnato già nelle scuole primarie e secondarie. Ecco allora un esempio concreto che merita d’esser raccontato
pubblicato il 16 maggio 2011

Come si possono coinvolgere i ragazzi sempre più annoiati o, come sostiene Umberto Galimberti, sempre più nichilisti e distanti dalla realtà in un’attività di classe che sia creativa, originale e allo stesso tempo utile per il loro sviluppo psicologico?

Una possibile soluzione è venuta in mente, lo scorso anno, ad alcuni soci del Centro Italiano di Fotografia d’Autore di Bibbiena, ridente località in provincia di Arezzo (centrofotografia.org) allorché, in procinto di organizzare un’originale mostra tematica sugli autoritratti fotografici, decisero di coinvolgere anche alcune scuole del territorio. Fu così, da una semplice lettera inviata ad alcuni dirigenti scolastici, con la proposta di aderire a un laboratorio di fotografia in classe, che nacque il progetto Io Mi Vedo Così. Il titolo è lo stesso che verrà poi dato alla mostra –tenutasi a Bibbiena dal 17 giugno al 10 settembre 2010 – che ha visto coinvolti bambini delle scuole elementari di Serravalle e Soci, e preadolescenti delle scuole medie di Soci e Bibbiena.

Quella che sembrava in principio un’impresa ad alto rischio, di difficile gestione sia dal punto di vista tecnico che organizzativo, si è invece trasformata, grazie alla fattiva collaborazione di un gruppo di giovani insegnanti di arti figurative, in un vero percorso a sorpresa degno di nota. Osservare, inquadrare, scattare, senza pensarci troppo, bloccando così un istante di vita di un compagno di classe per poi mettersi davanti all’obbiettivo e realizzare autoscatti nelle pose più fantasiose ha entusiasmato e divertito tanto i ragazzi quanto gli educatori. Come sempre succede in questi casi, alla prima reazione di rigidità fisica ed espressiva da parte dei ragazzi è seguita poi la sensazione di libertà e l’entusiasmo di sentirsi in grado di interpretare sé stessi nei modi più diversi. Sono entrate così in gioco, poco per volta, dinamiche sia personali che di gruppo che hanno permesso ai ragazzi di mostrare ed esplorare diversi lati della propria personalità, anche quelli che raramente vengono mostrati durante l’orario scolastico.

L’esperienza si è trasformata talora in una sorta di festa, nel corso della quale i preparativi per la realizzazione degli scatti avevano quasi la stessa importanza dei risultati di questi ultimi. Maquillage, trucchi, acconciature e la scelta delle espressioni, sembravano talora seguire alla lettera i taccuini di Cindy Sherman. Le fotografie sono state inoltre un mezzo di scoperta e discussione anche nella fase finale del progetto, allorché insieme i ragazzi hanno scelto le immagini da inviare alla mostra.
Insomma, a sentire tutti i partecipanti, pare sia stata davvero un’esperienza importante tanto davanti quanto dietro la macchina fotografica. Un’occasione rara di scambio interpersonale, ma anche di viaggio interiore, in cui le anime degli alunni si sono messe a nudo mentre allo stesso tempo i ragazzi hanno potuto mettere alla prova le proprie maschere sociali. Per dirla con le parole di uno degli allievi: “Ho capito che la fotografia può essere un modo per comunicare ed esprimersi; le foto raccontano qualcosa di me” (R. Bovini).
Sarebbe molto interessante, a mio parere, poter riproporre un progetto del genere negli anni agli stessi alunni, in modo da documentare come cambia e si modifica nel tempo la percezione della propria immagine corporea e come questa venga progressivamente manipolata sulla base di codici sociali, canoni estetici e stereotipi della vita quotidiana. Ma già così ritengo questo progetto un brillante esempio di didattica e fotografia terapeutica.
Articoli precedenti:
FOTOGRAFIA COME TERAPIA
L'AUTORITRATTO FOTOGRAFICO
FOTOGRAFARE GLI INVISIBILI
FOTOGRAFARE LA PAURA
PUNCTUM