GREGORY CREWDSON di Gyonata Bonvicini

Quando la fotografia fa il verso al cinema.

Un’opaca luce crepuscolare avvolge una cittadina della provincia americana. Una donna di mezza età, senza un’apparente ragione, è seduta sul sedile laterale di un’automobile abbandonata al centro di un incrocio. La portiera del lato del passeggero è ancora aperta.
In una casa, madre e figlio siedono in cucina. Sono impietriti. Al tavolo due posti vuoti, forse quelli riservati al padre ed alla sorella. Sul tavolo un pezzo di arrosto la cui cottura sembra essere stata interrotta; dal coltello sgocciola ancora il sangue. Sul bancone, un bicchiere semivuoto ed una bottiglia di liquore sullo sfondo.
In un bosco, forse appena fuori dalla stessa città, un uomo è sprofondato in una fossa fino all’altezza della cintola. Alle sue spalle, una spettrale luce lunare illumina una serie di valigie. Sta nascondendo o sta, invece, dissotterrando questi inquietanti bagagli? Li ha appena chiusi o sta per scoprirne lo spaventoso contenuto?
Queste tre scene sono riprese dall’ultima serie del fotografo americano Gregory Crewdson, dal titolo ‘Beneath the Roses’, presentata rispettivamente a New York, Los Angeles e Londra.
Tutte le immagini sono state realizzate impiegando metodi e strutture dell’industria cinematografica. Ma non è solo il dispiego di grandi mezzi produttivi e la complessità delle riprese a farle apparire così filmiche. Si tratta più di stills presi da film mai realizzati, se non di intere storie condensate in una singola, statica, ed estremamente manipolata inquadratura. Crewdson cerca i suoi soggetti fra le pieghe della cultura popolare americana, di cui il cinema è uno dei tratti caratteristici. È in tale chiave che si può interpretare la presenza di stars hollywoodiane come William Macy, Gwyneth Paltrow e Jennifer Jason Leigh; presenza che, di fatto, contribuisce a rinforzarne l’ostentata teatralità. Tale effetto manifesta un’aperta volontà di mettere lo spettatore di fronte ad una rappresentazione piuttosto che ad una documentazione della realtà. Nei suoi lavori il tempo sembra cristallizzarsi ed i personaggi hanno ruoli precisi da interpretare. È presente, in tale atteggiamento, una certa affinità con le ricerche di Tina Barney, anche se, nel suo caso, la linea di demarcazione fra riproduzione della realtà e messa in scena tende a essere più sfocata. Barney, così come fanno i contemporanei Larry Sultan e Philip Lorca diCorcia, rifiuta il convenzionale ruolo da fotoreporter, pianificando l’immagine e, così, mettendola in atto più che cercarla.
Crewdson si occupa di ogni dettaglio della scena prima di iniziare le riprese, non c’è spazio per alcun genere di accidente o elemento che non si conformi all’idea precostituita dell’autore. Altrettante energie sono spese nel processo di realizzazione dell’immagine. Il fotografo è solito comporre la scena finale attraverso un collage dei più soddisfacenti particolari ripresi nella documentazione della messa in scena sul set. Nel suo tentativo di produrre ciò che egli definisce una ‘immagine stranamente perfetta’, l’artista considera la macchina fotografica quasi un’ingombrante necessità. Le fotografie che ne risultano hanno un aspetto stranamente innaturale. Ogni singolo elemento appare irreale; a partire dagli attori, ridotti quasi alla consistenza di statue di cera, per arrivare agli effetti speciali che rafforzano il pathos delle varie ambientazioni.
La luce, in particolare, gioca un ruolo determinante nella narrativa di Crewdson; una luce spesso caricata di un’aura sovrannaturale. Si pensi alla serie Twilight (1998-2002), dove gli attoniti abitanti di località periferiche e ordinarie hanno misteriosi incontri con forze sovrannaturali, la cui sola presenza è data da potenti fasci di luce che squarciano le dimesse architetture della loro quotidianità. Gli individui rappresentati si bloccano, rapiti in una reverie che impedisce loro ogni contatto con l’esterno ed i traumatici eventi che si verificano. La soglia fra iper-rappresentazione della realtà e dimensione onirica sembra del tutto vaga. Quand’anche più personaggi condividono la stessa scena, sembra che fra essi non vi sia alcuna possibilità di interazione.
Crewdson utilizza le tecniche hollywoodiane per realizzare dei patinati ritratti dell’American life in chiave hopperiana. Ma dove Edward Hopper riusciva a mettere a nudo la condizione di straniamento dei suoi personaggi, queste immagini soffrono di una sovrabbondanza di dettagli che le rendono stereotipate e ridondanti. Oltre alle tele del maestro americano, i lavori di Crewdson sono spesso stati accostati ad autori come Eric Fischl, Hitchcock, Spielberg e David Lynch, anche se l’impressione è che più che di citazioni si tratti di un utilizzo di tematiche e metodologie altrui per creare una marca stilistica propria e inconfondibile, tradendo così l’aspetto più corrosivo ed ironico della cultura del postmodernismo, da cui tale atteggiamento inevitabilmente deriva. Si pensi solo alle sperimentazione in questo campo di Cindy Sherman, alle complesse ricostruzioni di modelli ‘colti’ realizzate da Jeff Wall. Sia il fotografo canadese, sia Crewdson condividono l’utilizzo di prospettive aeree e il largo impiego di attori e tecniche cinematografiche. Se, però, in Wall, artificio e spettacolarizzazione divengono spesso gli strumenti per scardinare i codici connessi alle rappresentazioni di genere, in Crewdson gli stessi strumenti tendono a solidificare le stesse convenzioni con una disturbante metodicità. Temi e tecniche risultano quasi fini a se stessi, e spesso non vanno al di là del confezionamento di un perfetto, ma stucchevole, tableau vivant.
Sesso, omicidi, follia e morte: le ricerche del fotografo newyorkese ci riportano negli scontati - per non dire banali – schemi del lato oscuro del sogno americano, che, attraverso letteratura, cinema e serie televisive come Twin Peaks o, la più recente, Desperate Housewives, hanno assunto il carattere del cliché.

* Articolo tratto dalla rivista Around Photography n. 7 (ottobre-dicembre 2005).

FOTO 1 > GREGORY CREWDSON, Untitled, 2005
FOTO 2 > GREGORY CREWDSON, Beneath the Roses, 2004
FOTO 3 > GREGORY CREWDSON, Beneath the Roses, 2004