MARIO CRESCI - LA CURA. di Roberto Maggiori
Un recente lavoro di Mario Cresci offre lo spunto per riflettere sullo "stato dell'Arte" nel nostro Bel Paese.

Mario Cresci utilizza la fotografia dalla metà degli anni Sessanta per riflettere sulla linguisticità del mezzo e sulla percezione della realtà. Attratto dalla capacità evocativa nei confronti della memoria collettiva, la pratica fotografica gli consente di relazionarsi con ciò che lo circonda per poi riflettere sulla conseguente immagine. Il dispositivo fotografico è inteso dunque dall’artista come uno strumento privilegiato per raccontare le urgenze del presente, attraverso metafore capaci di suggerire la comprensione di quanto ci circonda.
Le fotografie della serie La Cura, sono state selezionate da un lavoro recente composto al momento di venti immagini, le prime di una ricerca appena intrapresa, e tutt’ora in fase di svolgimento, a oggi pubblicata solamente nell’omonimo libro d’artista realizzato per l’Editrice Quinlan. Si tratta di statue lignee e dipinti, realizzati tra il Seicento e il Settecento, fotografati durante la fase di “risanamento” effettuata presso il Laboratorio Nazionale del Restauro di Matera. L’ovvia metafora che trapela da queste icone malandate è il senso di abbandono e lo stato rovinoso in cui è ridotta la società, l’arte e la cultura millenaria del nostro Paese, rappresentata un tempo da poeti, santi, eroi e navigatori per finire stigmatizzata nelle cronache dei nostri giorni da grotteschi amministratori della cosa pubblica, uomini di mare pavidi e beni culturali ridotti a pezzi.

Non senza una certa ironia, in questa Cura, Cresci ripercorre idealmente la nostra storia sintetizzando in un’unica inquadratura, passato e presente. Le due dimensioni stridono in questo accostamento forzato in cui prende il sopravvento la condizione dell’attualità e alla fine queste fotografie non mostrano solo “ciò che è stato”, ma soprattutto ciò che resta: il culmine di una parabola di decadenza culturale e (forse) il punto da cui ripartire. Questa la metafora suggerita dai santi che, pur privati di qualsiasi ieraticità e – si potrebbe azzardare – ormai disillusi nei confronti della provvidenza, rappresentano comunque un ideale di bellezza e potenziale investimento per il futuro economico e sociale di un territorio ricco di preziosi quanto rari beni culturali.
Le fotografie ravvicinate di queste icone, e l’estrema nitidezza dei soggetti, esaltano inoltre la struttura scultorea e la materia pittorica, rivelando contemporaneamente l’interesse etnografico, antropologico e archeologico di cui sono impregnati tanti dei lavori di Cresci. Il recupero del passato e della memoria popolare, attraverso questi manufatti, evoca riti, usi e costumi che il trascorrere dei secoli ha reso distanti e al tempo stesso mitici, e indagare il processo di trasformazione operato dal tempo è un altro dei temi che ritorna ciclicamente nelle fotografie dell’autore.

Oggi che siamo costantemente immersi in un flusso ininterrotto di informazioni visive – che di fatto sostituiscono molte delle nostre esperienze reali, sedimentandosi nell’immaginario collettivo così come nella memoria individuale – il “campanello d’allarme” suonato da Cresci può essere interpretato anche come impegno civile, una sollecitazione tesa ad aumentare la capacità critica degli spettatori, spesso aggrediti dalle realtà sintetiche “usa e getta” digerite velocemente, senza troppo pensare a ciò che incontra lo sguardo. L’attenzione al sociale trapela quindi anche in questo lavoro di Cresci, così come in molta della sua produzione fotografica, iniziata non a caso a ridosso della rivoluzionaria stagione culturale del Sessantotto.
Questo impegno si è spesso coniugato con l’insegnamento a cui Cresci si dedica appassionatamente da anni, condividendo con i suoi allievi le esplorazioni conoscitive che la fotografia consente. Vedere è rivedere, si intitolava un recente workshop dell’artista rivolto a giovani studenti, uno slogan capace di riassumere efficacemente la poetica di questo artista.
Testo critico tratto dal libro d'artista: La Cura (Editrice Quinlan, 2012).