FAUST DI ALEKSANDR SOKUROV recensito da Angelo Desole

Da pochi giorni nelle sale cinematografiche italiane il film vincitore del Leone d'Oro alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia.

pubblicato il 13 novembre 2011


Aleksandr Sokurov conclude con Faust la sua tetralogia sul potere, quattro film che si pongono come une delle conquiste più alte del cinema contemporaneo. L’opera è stata insignita alla 68° Mostra del Cinema di Venezia con il Leone d’Oro come miglior film dando così a Sokurov, giunto all’età di 60, il primo premio “importante” della sua carriera. E tuttavia, proprio con quest’ultimo film, il regista russo, dopo oltre trent’anni di ardite ricerche visive, sembra giungere a un approdo stilistico non privo di rischi.
Faust è un’opera visivamente ricca, gratificante per lo sguardo, realizzata con generosità di mezzi e senza disdegnare, soprattutto nella parte iniziale, il ricorso a effetti visivi mutuati dal cinema “commerciale”. La storia è nota e non necessita riassunti. È invece interessante notare gli elementi nuovi che Sokurov inserisce nella narrazione, ponendosi in rapporto dialettico sia con la tradizione letteraria sia con quella cinematografica. Ciò che subito colpisce è l’immagine di un mondo in disfacimento, povero, affamato, violento, privo della benché minima tensione al progresso. In questo mondo il Dottor Faust conduce la propria ricerca della conoscenza entrando in rapporto con un usuraio che altri non è che il Diavolo.
Nel Faust di Murnau (1926) il viaggio di Mefistofele e Faust, una delle più suggestive e famose scene del film, era un volo tra le meraviglie del mondo, uno sguardo dall’alto che prometteva, nella conoscenza, la felicità. Nella versione di Sokurov il viaggio, che occupa invece una lunghissima parte del film, avviene ad altezza d’uomo ed è uno sconsolato vagabondaggio nelle crudeltà e miserie dell’umanità. Ed è questo il primo tratto di discontinuità forte, stilistica e concettuale, dalla tradizione faustiana consolidata. In Murnau lo spazio si apriva all’infinito (1), in Sokurov i personaggi si accalcano tra loro prigionieri dello spazio filmico (costruito su un desueto formato 4:3 con bordi arrotondati), quasi che il fuoricampo fosse una terra interdetta.
Durante lo sviluppo narrativo il Diavolo pare voler dissuadere Faust dalla sua volontà di conoscenza. Nel mostrargli gli orrori del mondo sembra voler suggerire che la conoscenza porta solo disperazione, come già noto nel Qoèlet secondo il quale “chi accresce il sapere, accresce il dolore”. Ma Faust non crede nel bene e nel male (“il bene non esiste, ma il male si” grida un ragazzo a un certo punto), è spinto nel suo desiderio da una sete di sapere vissuta come anelito di libertà. In Faust la conoscenza è intesa come volontà e la volontà come libertà, collocando quindi con grande fedeltà filosofica la storia goethiana dentro il solco dell’idealismo tedesco di Schelling. Ma la libertà in questo caso si sublima nella solitudine eterna; è in questo modo che Sokurov, nello straordinario finale, stende una velatura di grande sconforto su tutto il percorso della gnosi, collocandosi così sul versante della tradizione cristiana russa.



Anche la figura stessa del Diavolo più che da Goethe sembra provenire dalla tradizione letteraria russa, Gogol e Bulgakov su tutti. Un diavolo col senso del grottesco, l’Angelo Caduto per desiderio di conoscenza che asseconda gli uomini nel loro desiderio di caduta pur non rinunciando ad avvertirli del pericolo che corrono. Un filosofo nel senso stretto del termine, cioè una persona innamorata della conoscenza. Margherita infine diventa il personaggio più ridimensionato rispetto alla tragedia goethiana. Da motore della storia diviene in Sokurov oggetto del desiderio di Faust, vittima sacrificale del “gioco” innescatosi tra Faust e il Diavolo e quindi autentica figura tragica.
Difficile anche solo provare a raccontare la meraviglia visiva del film: Faust è un film che trabocca, letteralmente, di immagini simboliche e citazioni pittoriche. Bruegel e Rembrandt appaiono i riferimenti più immediati per quel senso di civiltà pullulante e di degrado umano raccontato attraverso la luce e, soprattutto, il buio. La fotografia giocata su colori freddi e molto saturi, assieme alle frequenti distorsioni, rimanda istintivamente a Madre e Figlio (1997). Improvvise impennate di calore, come nella scena a casa di Faust tra lui e Margherita, danno un senso di sospensione e rivelazione al film contribuendo a costruire parte di quell’incanto visivo così tipico dei film di Sokurov.



Ma se sul piano visivo il film rasenta il capolavoro, è sul piano linguistico che sorgono alcuni dubbi. Il montaggio frammentato, sostanzialmente “veloce”, è una sorpresa per chi ha in mente l’ostentata ieraticità dei film di Sokurov. È un percorso che si era avviato già con Il sole (2005, terzo film della tetralogia) e proseguito con Alexandra (2006), ma mentre in questi film ancora reggeva una struttura narrativa dilatata, in Faust il racconto pare procedere in forme più compiutamente diegetiche. Sokurov rimane naturalmente fedele a un’idea di racconto complessa e quindi inserisce “elementi di disturbo” nella narrazione; ma rimane la sensazione che dopo trent’anni di cinema il maestro russo sia arrivato a una padronanza e consapevolezza dei propri mezzi che trasforma la ricerca visiva in maniera. In questo senso, pur essendo un’opera assolutamente straordinaria, Faust non può essere definito il film più coraggioso di Sokurov e, forse, neanche uno dei suoi più riusciti.

(1) Cfr. Eric Rohmer, 1977, [trad. it.], L’organizzazione dello spazio nel Faust di Murnau, Venezia, 1985.

FOTO 1 > Aleksandr Sokurov fotografato da Angelo Desole
FOTO 2 > screenshot del Faust
FOTO 3 > screenshot del Faust

Faust (Russia - 2011)
Regia: Aleksandr Sokurov
Soggetto: Liberamente tratto dal Faust di Johann Wolfgang Goethe
Sceneggiatura: Aleksandr Sokurov, Marina Koreneva, Yuri Arabov
Direttore della fotografia: Bruno Delbonnel
Musica: Alexander Zlamal
Interpreti: Johannes Zeiler (Faust); Anton Adasinsky (l’usuraio); Isolda Dychauk (Margarethe); Georg Friedrich (Wagner)
Durata: 134'