CHRISTIAN BOLTANSKI a cura di Paolo Berardinelli

Un giorno mentre una rana si accinge ad attraversare un fiume, gli si avvicina uno scorpione che non sapendo nuotare le chiede un passaggio. La rana è titubante, ha paura del veleno dello scorpione. Lo scorpione la convince: infatti se la avvelena con il suo aculeo lei morirà, ma annegherà anche lui. A metà tragitto lo scorpione colpisce la rana che morendo chiede: “perché l’hai fatto?” lo scorpione risponde “mi dispiace, non posso farci niente, è la mia natura”.
Christian Boltanski raccontava spesso questa vecchia storiella quando parlavamo di delitti o di colpevoli; incontrandolo nuovamente torno a pensare alla capacità di fare del male che sonnecchia nel fondo di ciascuno di noi.



PB: Dai Souvenir d’infanzia fino ai telegiornali del giorno del tuo compleanno, come il tuo “autoritratto” può interessare il pubblico?
CB:
All’inizio del mio lavoro ho utilizzato spesso il termine C.B. (Christian Boltanski) che definisce “Me”, ma può definire altrettanto bene ciascuno di noi. Ho anche fatto un libro fotografico nel 1972 che si intitola 10 ritratti fotografici di C.B., dove in ogni foto è rappresento un bambino diverso in un età diversa. Tutti i bambini sono stati fotografati a Parigi, nello stesso parco e nello stesso giorno. Ciò che interessa non è dunque il soggetto vero e proprio, quanto il concetto che si evince dall’opera, potenzialmente interessante per ogni spettatore.

PB: Il ritratto fotografico è un pezzo di vita, un momento dell’esistenza del soggetto e del fotografo, fermato per sempre. Come questa “traccia” di una memoria personale può diventare importante per la memoria collettiva?
CB:
Quasi sempre la fotografia agisce come una sorta di stimolante.
L’immagine fotografica, e in particolar modo la fotografia amatoriale, rinvia a dei rituali conosciuti da qualsiasi pubblico. Se ad esempio mostriamo la foto di un bambino che corre su una spiaggia, ogni spettatore riconoscerà la propria foto. Mi spiego meglio: a ciascuno di noi la stessa immagine ricorderà un'altra spiaggia, un altro bambino, o comunque una situazione intima e personale di cui abbiamo fatto esperienza. Questo tipo di immagini ci accomuna tutti, anche se ognuno riconduce ciò che vede al proprio vissuto.

PB: Penso al romanzo di Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, dove grazie a una vecchia foto dopo cinquanta anni si ricerca un vecchio passato, volutamente dimenticato e sepolto, che ritorna a galla. Perché una foto può riportarci al passato?
CB:
La foto rinvia sempre all’idea della morte. Come affermava Barthes, al momento che facciamo una fotografia, l’instante che abbiamo scelto di registrare è già passato. La fotografia è indissolubilmente legata al suo soggetto e alla sua assenza, per questo evoca la morte e la memoria. L’immagine fotografica ha allo stesso tempo un'altra capacità che è quella di darci l’idea della prova “scientifica”, l’idea della verità di quanto si presenta e si racconta. Se guardiamo una vecchia foto di una persona, di una casa o di una situazione, non abbiamo problemi a credere che quello che è rappresentato è esistito. In quello stesso momento apriamo uno spiraglio verso il passato.



PB: C’è un tuo lavoro che mi ha sempre molto colpito: hai esposto le foto di un album familiare, di una normale famiglia tedesca negli anni di poco antecedenti alla seconda guerra mondiale. Normalissime foto di una famiglia felice a casa, o in vacanza, ma c’è un particolare che colpisce: una o più persone sono in divisa nazista, con tanto di svastica al braccio...
CB:
Il lavoro di cui parli si chiama Sans Souci. Quando ero a Berlino ho trovato molti album amatoriali di fotografia al mercato delle pulci. Gli album fotografici sono spesso tutto ciò che resta di una vita e guardando le foto ho visto che erano piene di immagini di bambini, di scene di famiglia, di nozze, di vacanze... Quello che mi ha più colpito è che queste immagini non sono per niente diverse da altre, sono simili in tutto e per tutto a quelle che ognuno di noi può trovare nel proprio album di famiglia. Insomma quello che emerge, e che dovrebbe appartenere alla memoria collettiva, è che ogni popolo anche quello più “ordinario”, se mal diretto può commettere il male assoluto e desiderare la morte del proprio vicino. Un uomo può arrivare ad abbracciare il proprio bambino al mattino e ucciderne un altro nel pomeriggio.

PB: In molti tuoi lavori i ritratti delle persone sono sfocati, a volte addirittura stampati su lenzuola o tende, immagini evanescenti come fantasmi; ma chi sono questi fantasmi?
CB:
Non faccio quasi mai io stesso le foto, di solito prendo delle immagini che già esistono, spesso fotografie del passato e di gente che non ho conosciuto. Come dicevo prima la fotografia è per me la morte. Lo sfocato fa poi perdere ai visi quel po’ di individualità che permane nei ritratti fotografici, rendendoli ancora più universali. Inoltre utilizzo quasi sempre fotografie di persone decedute: dunque quelli che vedi sono effettivamente dei fantasmi.



PB: Utilizzi l’immagine fotografica come una scultura. Anche attraverso l’installazione ciò che esponi acquista volume. Qual’è il rapporto tra le immagini bidimensionali e lo spazio fisico tridimensionale?
CB:
Come dicevo prima, utilizzo la fotografia, ma non sono un fotografo. La fotografia è semplicemente uno straordinario strumento in grado di evocare la memoria e testimoniare lo scorrere del tempo. Lavoro dunque spesso con questo mezzo, ma utilizzo anche vestiti usati e suoni, come il battito del mio cuore.
Come sai, quello che mi interessa non è mostrare una bella foto, ma mettere lo spettatore in uno spazio che dia delle emozioni, che ponga delle questioni; uno spazio in cui tutto ciò che c’è sia esclusivamente funzionale a questo scopo. Ti confido poi che da qualche anno addirittura non utilizzo quasi più la fotografia e il mio lavoro diventa sempre più legato alla scenografia che allestisco.

Christian Boltanski è nato a Parigi nel 1944. Il Padiglione francese della Biennale di Venezia 2011 sarà dedicato esclusivamente al suo lavoro.
Paolo Berardinelli è artista e ha collaborato con Boltanski negli anni ’90.

*Intervista pubblicata sul numero 6 della rivista “Around Photography”, nel luglio 2005.